Info

L’inquadratura drammatica del volto del Cristo sofferente è ripresa come se l’artista stesse adoperando la tecnica fotografica dello close-up, un primo piano che stringe con fermezza sui particolari dell’espressività e dei dettagli corporei del Redentore.

Più Info

Filippo Mazzola (Parma, 1460 circa – 1505)

Cristo portacroce 1500 circa

Tempera su tavola, cm 31.5 x 21.9

Provenienza: acquistato nel 1912 a Milano presso Antonio Tronconi

Inventario N. 1090

 

Caratterizzato da una stesura pittorica particolarmente raffinata (nonostante i guasti del tempo si può ancora apprezzare la cura con cui è resa la capigliatura e la barba), il dipinto coglie in un primo piano quasi fotografico il volto sofferente di Cristo, evidenziando i dettagli più patetici – le stille di sangue sulla fronte, le lacrime che rigano le gote, la bocca semiaperta che lascia intravedere i denti – allo scopo di coinvolgere emotivamente il riguardante e proiettarlo letteralmente nello spazio del dramma sacro.

Il Cristo portacroce qui riprodotto, riprende una tipologia che fu molto in voga in tutta l’Italia settentrionale in quegli anni – dal Veneto alla Lombardia, dall’Emilia alla Romagna – e forse deriva da un perduto prototipo che il grande Antonello da Messina lasciò in Laguna nel corso del suo soggiorno a metà degli anni settanta del Quattrocento.

Padre del ben più celebre Francesco (a tutti noto come il Parmigianino), Filippo Mazzola è senza dubbio uno dei più interessanti pittori parmigiani della sua generazione, protagonista di una stagione della pittura locale a cavallo tra Quattro e Cinquecento, nella quale l’interesse degli artisti, alla ricerca di spunti di rinnovamento, è rivolto oltre i confini della città. Non solo sul terreno del dipinto d’altare, ma anche in quello del piccolo quadro destinato alla devozione privata, assistiamo così all’imporsi di formule nuove, più icastiche e comunicative, sia dal punto di vista iconografico che da quello dello stile.