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Un’atmosfera quasi innaturale illumina i personaggi, che emergono dal fondo cupo di un cielo denso di nubi scure, disponendosi in primo piano come su un palcoscenico teatrale direttamente di fronte allo spettatore. Ogni singolo gesto assume toni di drammatica e partecipe disperazione, la cui concitazione è rafforzata dai movimenti tesi delle mani, che appaiono come unite tra loro da sottili fili invisibili.

 

 

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Bartolomeo Schedoni (Modena, gennaio 1578 – Parma, 23 dicembre 1615)

Deposizione di Cristo nel sepolcro  1613-1614 circa

Olio su tavola, cm 228 x  283

Provenienza: Fontevivo, chiesa dei Cappuccini

Inventario N. 120

 

Il senso di spoglia e coinvolgente teatralità è narrato nel dipinto dalla disposizione dei diversi attori sulla tela.  Il corpo muscoloso di Cristo, ancora pieno di vigore, domina la scena, mentre San Giovanni che gli sorregge la testa ripiegata all’indietro emette un doloroso lamento. La figura di Maria, appena percettibile, appare ripiegata su se stessa con il volto terreo nascosto dal manto blu e sostenuta dall’abbraccio di una delle pie donne, mentre l’altra pia donna con il manto rosso cerca spiegazione e conforto nel dialogo con Giuseppe d’Arimatea. All’estrema sinistra della scena, il gesto disperato di Maria Maddalena accompagna l’atto di Nicodemo, che sfila energicamente il lenzuolo sotto il corpo del Cristo.

Questo dipinto fa parte di un importante ciclo di opere voluto da Ranuccio I Farnese per la costruzione, nel 1606, del complesso conventuale cappuccino di Santa Maria Maddalena a Fontevivo nei pressi di Parma, dove il duca per anni si ritirò in preghiera ed in meditazione, confondendosi vestito con l’umile saio, tra i santi frati.

Al progetto corrispose pienamente il pittore Bartolomeo Schedoni che, dopo un’inizio modenese, dal 1607 si mise al servizio dei Farnese, facendosi promotore, soprattutto nella maturità, di una  pittura di colta impostazione e spiccato naturalismo, oscillante fra i ricordi manieristici, l’aderenza ai nuovi ideali classici dei Carracci e l’attenzione ai fatti del naturalismo caravaggesco, assorbita soprattutto attraverso il Lanfranco. Anche la diretta visione di Correggio risulta incisiva per la realizzazione di questo capolavoro e del suo pendant con Le Marie al Sepolcro, dipinti originariamente collocati a sinistra e a destra dell’altare maggiore, secondo uno schema diffuso fin dal Medioevo, che qui appare rinnovato e ampliato.